Come può cambiare l’alimentazione in seguito ad eventi di violenza subita

Come può cambiare l’alimentazione in seguito ad eventi di violenza subita: aspetti nutrizionali, microbiotici, genetici, epigenetici. Analisi di quattro casi di disturbi del comportamento alimentare
Pubblicato su Dicembre 24, 2023, 12:22 am
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Dopo un’esperienza traumatica si verificano diversi cambiamenti che possono interessare anche il comportamento alimentare e la dieta di una persona.

Questi cambiamenti possono essere influenzati da vari fattori, tra cui aspetti psicologici, emotivi e fisici.

Possiamo esaminare alcuni aspetti caratteristici legati al cambiamento del comportamento alimentare in seguito ad un evento traumatico:

  • Reazioni al trauma
  • Controllo e sicurezza
  • Cambiamenti nell’appetito
  • Auto-immagine e disturbi alimentari
  • Effetti fisici del trauma
  • Coping

In seguito ad un trauma si possono manifestare disturbi come ansia, depressione, disturbi del sonno e anche disturbi del comportamento alimentare (DCA).

Il cibo può diventare un modo per gestire o per evitare le emozioni intense, infatti i soggetti che hanno subito violenze sono quelli che manifesteranno più di altri qualche DCA.

Alcune persone in risposta a situazioni di violenza dove hanno subito una perdita di controllo, possono cercare di ripristinare un senso di controllo nella propria vita attraverso l’esame dell’alimentazione.

Questo può manifestarsi attraverso restrizioni alimentari e cambiamenti nel modo di nutrirsi. Infatti la persona potrà decidere se mangiare molto o pochissimo o se nutrirsi di junk food oppure potrà manifestare una sorta di ossessione per il cibo sano, per cui cercherà in modo spasmodico solo cibo con determinate caratteristiche.

Anche i cambiamenti dell’appetito possono essere quindi una conseguenza di un evento traumatico: alcune persone potranno sperimentare una completa perdita dell’appetito o un aumento, comportando ciò, poi altre problematiche a livello della salute.

Questo tipo di disturbi, inoltre, possono diventare una forma di autoisolamento o una modalità di gestione delle relazioni. Inoltre la persona potrebbe avere una visione distorta della propria immagine o voler cambiare la propria immagine come ad esempio desiderare di diventare meno avvenente in modo da sentirsi più protetta nei confronti di altre aggressioni.

Il corpo di chi ha subito un trauma, può reagire fisicamente al trauma stesso influenzando anche il metabolismo e la digestione, con disturbi gastrointestinali o altri sintomi fisici che poi a loro volta influenzeranno le loro abitudini alimentari.

Un concetto molto interessante impiegato in psicologia è quello del coping, che indica una serie di comportamenti messi in atto dagli individui per cercare di tenere sotto controllo, affrontare e/o minimizzare conflitti e situazioni o eventi stressanti. Il coping è considerato un processo adattivo e dinamico, in quanto si esprime nell’interazione e influenza reciproca tra individuo e ambiente e in questo ambito il cibo può diventare un meccanismo di coping per gestire lo stress post-traumatico. Il cibo reca conforto e permette di distrarsi dalle emozioni dolorose.

È importante sottolineare che le risposte al trauma sono individuali e possono variare notevolmente da persona a persona. I cambiamenti nella dieta possono essere solo uno degli aspetti dei sintomi post-traumatici.

Sarà necessario il supporto di professionisti della salute mentale, come psicologi o terapisti specializzati in trauma, che possano aiutare a gestire gli effetti psicologici ed emotivi e a sviluppare strategie di coping più adattive.

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE (DCA)

I DCA sono caratterizzati da una alimentazione irregolare con un’estrema restrizione dell’assunzione del cibo o da abbuffate, da gravi disturbi nella percezione della forma e del peso del corpo spinte dall’eccessiva magrezza o dall’ossessione di ingrassare.

L’anoressia nervosa risulta essere il disturbo alimentare più antico, ed è caratterizzata dalla ricerca quasi ossessiva della magrezza attraverso delle diete inadatte o attraverso un esercizio fisico intenso accompagnato dalla paura di aumentare di peso nonostante il BMI sia significativamente basso.

Colpisce principalmente le donne e può causarne anche la morte; gran parte dell’aumento del tasso di mortalità è attribuibile alle complicanze mediche inerenti a questa malattia.

Può colpire soggetti vulnerabili e predisposti geneticamente all’ansia e al perfezionismo.

Il trattamento dell’anoressia nervosa è multidimensionale: comprende oltre alla terapia nutrizionale anche psicoterapia cognitivo-comportamentale e la terapia familiare.

Si possono avere complicanze come conseguenza diretta alla perdita di peso e in seguito alla malnutrizione.

A livello gastrointestinale, la disfagia può ostacolare l’assimilazione delle calorie durante le prime fasi della rialimentazione, questo è dovuto ai muscoli faringei indeboliti e scoordinati che comporta nei pazienti tosse durante l’alimentarsi o possibili polmoniti ab ingestis.

Si può avere anche un rallentamento significativo della digestione degli alimenti e dello svuotamento gastrico, che porta ad una sazietà precoce.

L’introduzione del cibo deve essere un processo graduale onde evitare la dilatazione gastrica acuta, una condizione grave che può portare alla perforazione gastrica se non riconosciuta precocemente.

Possono esserci complicazioni anche gravi perché può essere colpito il cuore con bradicardia sinusale (con una frequenza cardiaca di circa 40 battiti al minuto), per questo motivo spesso sono necessari pacemaker temporanei; il normale battito del cuore si ripristinerà con l’aumentare del peso; oppure si può osservare una modificazione della struttura cardiaca con conseguente prolasso della valvola mitrale.

Altra complicanza è l’osteoporosi con una diminuzione della densità ossea che si manifesta già durante il primo anno con elevato rischio di fratture degli arti.

A livello endocrino soprattutto nelle donne, durante la fase acuta dell’anoressia vi è una perdita delle mestruazioni e quindi della fertilità che nel 10% dei casi risulta compromessa in modo permanente.

Altro frequente DCA, la bulimia nervosa, descritta per la prima volta dal dott. Gerald Russel nel 1979, è caratterizzata da ricorrenti abbuffate alle quali seguono meccanismi compensatori come vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici o anfetamine.

Il vomito autoindotto può portare a un persistente reflusso acido gastrico con disfagia e dispepsia.

La gestione iniziale per il paziente deve affrontare la stabilizzazione medica e la correzione di qualsiasi squilibrio elettrolitico, se presente. Spesso si utilizzano gli inibitori della pompa protonica.

Può essere necessaria l’ospedalizzazione per disidratazione, ipokaliemia, aritmia ecc.

Le donne che hanno subito abusi sessuali sono quelle che vanno più facilmente incontro a bulimia nervosa, inoltre le persone bulimiche hanno anche maggiori probabilità rispetto alla media di avere genitori con problemi di abuso di sostanze o disturbi psicologici.

Altro tipo di DCA è il pica con cui si intende una ingestione di sostanze non nutritive come per esempio terra, sabbia, argilla ecc.

Per la diagnosi di pica occorre che il paziente ingerisca tali sostanze per almeno un mese, dalla diagnosi sono esclusi bambini, persone schizofreniche.

Benché non si conosca ancora la causa esatta, si ritiene che possa essere causato da una combinazione di problemi fisici e psicologici.

Diversi studi scientifici infatti suggeriscono che il picacismo si manifesta a causa di determinati fattori come: carenza di ferro che provoca anemia; un grave trauma che può causare disturbi psicologici; presenza di malattie mentali; malnutrizione e carenza di alcuni sali minerali e vitamine; anche chi soffre di celiachia o di problemi intestinali specifici ha maggior rischio che si sviluppi la pica.

Altro DCA che si osserva frequentemente dopo episodi di violenza è il binge-eating che è un disturbo da alimentazione incontrollata caratterizzato da abbuffate fino a sentirsi sazi, mangiare anche se non se ne sente la necessità e senza fame con sentimenti di depressione e sensi di colpa.

A differenza della bulimia chi soffre di binge eating non mette in atto comportamenti di compenso (non vomita, non utilizza lassativi o altro).

Le problematiche di ordine psicologico che caratterizzano il binge eating sono collegate specialmente alla difficile gestione delle emozioni in quanto il cibo diventa un modo per “anestetizzare” le emozioni negative e gestire momenti di crisi.

Quindi come abbiamo visto i vari tipi di DCA possono facilmente insorgere in seguito ad eventi traumatici, stressanti e violenze di vario genere.

I casi più gravi vengono trattati prima con nutrizione parenterale e/o enterale, con attenzione a prevenire la sindrome da rialimentazione che può avere conseguenze fatali. Una volta che il paziente risulta clinicamente stabile, può essere avviato un intervento integrato: medico, nutrizionista, psicologico, fisioterapico.

La riabilitazione nutrizionale può essere condotta con la modalità dell’alimentazione meccanica o con quella della desensibilizzazione dell’ansia verso il cibo. Importante inoltre risulta la compilazione di un diario alimentare che permetta di comprendere i pregiudizi e le fobie e di riconoscere le difficoltà e le problematiche del paziente.

Migliorare la qualità della vita con la nutrigenetica

COME SI MODIFICA IL MICROBIOTA IN SEGUITO AD EVENTI TRAUMATICI

Con il termine microbiota si definisce la comunità microbica del tratto enterico. Alcuni autori ritengono che il numero della comunità microbica sarebbe simile al numero di cellule del corpo umano, altri addirittura 10 volte maggiore.

Questa comunità è costituita prevalentemente da batteri, oltre a lieviti, parassiti e virus.

Le specie più rappresentate sono: Firmicutes (30-50%) tra cui i Lactobacilli, Bacterioides (20-35%), Proteobacteria (8-10%) come Escherichia coli e Actinobacteria (5%) tra cui il Bifidobacterium.

Il microbiota enterico è distribuito nel tratto gastrointestinale umano e sebbene il profilo del microbiota di ogni persona sia distinto, l’abbondanza relativa e la distribuzione lungo l’intestino di alcuni tipi di batteri “buoni” è simile tra gli individui sani.

L’ansia e i disturbi alimentari producono uno squilibrio fisiologico che innesca alterazioni nell’abbondanza e nella composizione del microbiota intestinale.

L’asse intestino-cervello può essere alterato da diversi fattori come la dieta, lo stile di vita, le infezioni e il trattamento antibiotico.

Le alterazioni della dieta generano disbiosi intestinale, che colpiscono il sistema immunitario, i meccanismi infiammatori, la permeabilità intestinale, nonché la produzione di acidi grassi a catena corta e i neurotrasmettitori.

Studi recenti hanno indicato che i pazienti con ansia generalizzata o disturbi alimentari mostrano un profilo specifico del microbiota intestinale e questo squilibrio può essere parzialmente ripristinato dopo un’integrazione probiotica singola o multi-ceppo, per cui risulta molto importante tra le terapie anche l’uso di probiotici come strumento preventivo o terapeutico in queste patologie.

EPIGENETICA DEI DCA

L’epigenetica studia l’associazione tra i fattori ambientali, che riguardano il mondo esterno in cui è inserito il paziente e le predisposizioni genetiche.

I meccanismi epigenetici possono a loro volta influenzare l’espressione genica.

Numerosi studi hanno analizzato le alterazioni epigenetiche in relazione ai disturbi dell’alimentazione studiando, nello specifico, il ruolo della metilazione del DNA.

Lo stress relativo alle prime fasi della vita, i fattori legati all’alimentazione e alla dieta, e una sofferenza fetale acuta possono influenzare la metilazione del Dna.

Lo studio approfondito dell’epigenetica può fornire grandi spunti di riflessione e può garantire nuovi possibili trattamenti futuri dei disturbi dell’alimentazione.

Il complesso di sintomi che caratterizzano i DCA spesso deriva dall’attivazione di potenziali geni latenti da parte di esposizioni ambientali e si ritiene che i meccanismi epigenetici colleghino le esposizioni ambientali all’espressione genica.

I meccanismi epigenetici potrebbero collegare stress come complicazioni ostetriche e abusi infantili, nonché gli effetti della malnutrizione ai disturbi alimentari. 

Sono stati effettuati studi sulla metilazione del DNA in campioni di anoressia e bulimia.

Lo studio epigenetico contribuisce quindi in modo prezioso alla comprensione del motivo per cui le persone sviluppano DCA.

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VARIANTI POLIMORFICHE DEL GENE SLC6A4 E PREDISPOSIZIONE GENETICA ALLA DEPRESSIONE E AI DCA

Il gene SLC6A4 codifica per il trasportatore della serotonina che è un neurotrasmettitore. Le varianti polimorfiche potrebbero aumentare i rischi di soffrire di depressione.

Vi sono due varianti principali: lunga (L) e corta (S). La variante corta è dovuta alla delezione di una parte del gene e comporta nei portatori una maggiore predisposizione all’ansia, alla depressione, ai disturbi del comportamento alimentare e all’alcoolismo.

Ma anche fenomeni legati all’ambiente, così come gli eventi negativi o traumatici della vita di una persona giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo della depressione. La combinazione tra tutti questi fattori resta la causa più probabile

Sono state trovate associazioni tra il gene SLC6A4 riguardanti i cambiamenti nel sistema nervoso, nella farmacologia e nei fattori di rischio osservati nei pazienti con disturbo depressivo maggiore.

Verificando la distribuzione allelica, l’allele S aveva una frequenza maggiore nella maggior parte degli studi analizzati.

L’allele corto determinando tassi di trascrizione genica più bassi, porta a siti meno attivi per i farmaci con tendenza alla depressione e ai disturbi del comportamento alimentare. Quindi in questo caso gli individui portatori dell’allele corto possono trarre beneficio da farmaci al di fuori della classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina.

Qui di seguito presento i risultati di un lavoro sui disturbi del comportamento alimentare legati alla situazione genetica, mostrato alcuni anni fa al congresso “Génetica y nutriciòn en medicina anti-aging
Consideraciones pràcticas” di Valencia

I quattro casi di studio

Nel presente lavoro sono stati analizzati i polimorfismi relativi al gene SLC6A4 di 4 soggetti che presentavano disturbi del comportamento alimentare.

Sono stati scelti 4 soggetti con un diverso genotipo relativo al gene SLC6A4 (due avevano il polimorfismo LL, uno era SL e uno SS), in modo da poter differenziare le terapie nutrizionali proposte. I soggetti utilizzavano la dieta per un periodo iniziale di 5 settimane.

Il primo soggetto era una donna di 51 anni, con polimorfismo del gene SLC6A4: LL microcitemica, con diagnosi di anoressia grave ma anche con bulimia caratterizzata da vomito indotto. Sensibilità al nickel.

Il secondo caso era una donna con polimorfismo del gene SLC6A4: LL di 56 anni

  • Affetta da depressione.
  • Bulimia nervosa.
  • Sovrappeso.
  • Stipsi ostinata.

Terzo caso: polimorfismo del gene SLC6A4: LS

  • Donna di 37 anni.
  • Problemi apparato gastroenterico.
  • Colecistectomia.
  • Insonnia.                                           
  • Anoressia nervosa.

Quarto caso: polimorfismo del gene SLC6A4: SS.

  • Ragazzo di 15 anni
  • Affetto da binge eating con obesità grave
  • Già seguito in centro per disturbi del comportamento alimentare, con pochi risultati.

Analisi del primo caso: polimorfismo LL

Nella dieta sono stati consigliati cibi più ricchi in grassi e proteine a contenuto prevalentemente purinico o di aminoacidi chetogenici (che vengono convertiti in acetil CoA), come pesce azzurro, lenticchie ecc. Frutta secca (tranne le nocciole, poiché a maggior contenuto di nickel).

Farine non integrali per non aumentare il carico giornaliero di nickel. Tra le verdure, sono state eliminate: carote, cipolle, cavoli, legumi, mais, lattuga, pomodori, spinaci, sempre per ridurre il carico di nickel.

Analisi del secondo caso: polimorfismo LL

Viene consigliata l’assunzione di frutta fresca (anziché secca), al mattino (soprattutto kiwi), per favorire le funzioni intestinali (a causa della grave stipsi). Aggiunte le albicocche secche a metà mattina per incrementare la vitamina A. Mandorle nello spuntino (adatte come alimento nel polimorfismo LL) per incrementare la vitamina B1 e migliorare l’assetto neurologico della paziente. Consigliato un aumento del consumo di frutti di mare ricchi di selenio, utile a livello neuronale.

Terzo caso: polimorfismo LS.

Utilizzati i carboidrati in particolare pasta di farro o di kamut per l’intolleranza al grano.

Frutta fresca ed essiccata. Proteine ricche di aminoacidi glucogenici (che possono formare glucosio con la gluconeogenesi), come latte e formaggi magri, carne bianca, pesce bianco, dell’albume d’uovo. Sono state escluse dalla dieta tutte le verdure facenti parte del gruppo biologico delle solanacee (patate, melanzane, peperoni, pomodori) per l’intolleranza riscontrata.

Quarto caso: polimorfismo SS

Utilizzo esclusivo di cibi a più facile ossidazione, come farine non integrali, carni bianche, pesci bianchi magri. Esclusione di verdure ricche di purine (come asparagi e spinaci), che possono ostacolare ulteriormente la metabolizzazione del soggetto SS e causare cali di energia sia fisici che mentali. Inoltre in questo caso è stata consigliata la frutta fresca.

Controllo dopo 5 settimane di dieta

Primo caso: LL

Non riusciva a seguire sufficientemente la dieta, probabilmente in quanto terrorizzata dall’idea di prendere peso e ha continuato a procurarsi il vomito.

Si è però verificato un miglioramento dal punto di vista dell’apparato gastro-intestinale, migliorata sia la stipsi, il reflusso gastrico e l’acidità probabilmente legato alla dieta con basso carico di nickel.

Secondo caso: LL

La donna affetta da bulimia nervosa mostrava dopo 5 settimane di dieta un approccio più tranquillo nei confronti dell’alimentazione e anche dal punto di vista neurologico, infatti il neurologo le sospendeva la terapia con litio. Il suo polimorfismo LL ha probabilmente influito nell’adattarsi velocemente al nuovo regime terapeutico nutrizionale, tanto da ottenere velocemente una diminuzione di peso e un buon compenso metabolico e alimentare, ma soprattutto un miglioramento dal punto di vista psicologico.

Terzo caso: LS

La donna mostrava un miglioramento per quanto riguardava l’apparato gastroenterico, con un leggero aumento di peso (circa un chilo nelle 5 settimane). È stata collaborativa e desiderosa di uscire dalla fase depressiva.

Forse questo si può imputare alla presenza di un allele L del gene SLC6A4che conferisce una maggiore adattabilità allo stress ambientale e alimentare rispetto al polimorfismo SS.

Quarto caso: SS

Il soggetto SS risultava quello più penalizzato e dove la situazione era più grave sia per la giovane età del soggetto che per l’elevato grado di obesità. Il portatore del polimorfismo SS si adatta con più difficoltà alle modificazioni ambientali e alimentari anche se il piano alimentare era stato improntato sull’utilizzo di cibi a più facile ossidabilità per favorire un buon compenso metabolico e migliorare la resa energetica.

CONCLUSIONI

Possiamo osservare una maggiore facilità a seguire la dieta sia nei portatori del polimorfismo LL e, in misura minore, anche del polimorfismo LS, come evidenziato dalla letteratura, infatti i portatori dell’allele L reagiscono meglio e si adattano con maggiore facilità alla correzione alimentare assegnata.

Questo a volte può non essere sufficiente per avere un buon esito, come mostrato appunto nel primo caso LL.

Avere entrambi gli alleli mutati (polimorfismo SS) risulta essere penalizzante dal punto di vista del mantenimento della dieta ma anche nella più facile predisposizione ad eventi depressivi.

Quindi l’utilizzo di una alimentazione adeguata al polimorfismo del gene SLC6A4, può aiutare ad individuare un proprio regime personale che tenga conto delle necessità individuali e delle inclinazioni psicologiche del soggetto per migliorare l’adattamento e l’accettazione alla dieta e quindi il risultato finale sia dal punto di vista fisico, psicologico e farmacologico.

Il consiglio alimentare anche nel caso di disturbi del comportamento alimentare avvenuti in seguito ad eventi traumatici, deve quindi essere personalizzato in funzione della propria situazione genetica, del proprio microbiota e tenere conto degli effetti epigenetici concomitanti.

Si possono trovare maggiori approfondimenti e spunti di riflessione sul testo: “Migliorare la qualità della vita con la nutrigenetica”

Margherita Borsa, nata a Torino, è laureata in Scienze Biologiche e specializzata in Igiene ed in Patologia Clinica. Ha conseguito il Perfezionamento in Biologia Molecolare e il Master in Nutrizione Clinica. Ha lavorato per molti anni come direttore di Laboratorio Analisi. Dal 2005 svolge l’attività di libero professionista come nutrizionista e nutrigenetista interessandosi anche di Nutrizione e Longevità. Inoltre insegna presso l’Università N. Cusano di Roma dove è anche responsabile scientifico del Master di Genetica ed Epigenetica applicata al trattamento Nutrizionale.